Bottiglia #038 — No Wine's Land Rouge di Matthieu Barret, la Syrah della "terra di nessuno"
Un Côtes du Rhône nato tra Cornas e Saint-Joseph, fuori da entrambe le denominazioni. La Syrah di Matthieu Barret che mi ha convinta alla degustazione da Dives.
Ciao, sono Valeria Piazza, sommelier AIS.
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Rodano • Syrah — No Wine’s Land Rouge 2024, Matthieu Barret
Da Dives, martedì scorso. Degustazione su Matthieu Barret, bottiglie in fila in bella mostra e quella bella sensazione di essere lì per qualcosa che va oltre il bicchiere. A condurre, Luca Merati.
Sedici vini: focus sulla Syrah, più qualche bianco, un rosé, un pinot nero fuori contesto. E una Dureza, Je suis ton père, che è un altro vino che mi ha colpita anche perché è il genitore genetico della Syrah, di cui restano pochissimi ettari coltivati al mondo.
A un certo punto della serata, dopo quattro coppie di vini che avevo bevuto senza particolari sconvolgimenti emotivi, ne è arrivato uno che istintivamente mi ha fatto pensare: ecco, questo è il vino che vorrei trovare nel calice quando ordino una Syrah.
Sto parlando di No Wine’s Land Rouge. E il nome, non è un vezzo.
Questa Syrah in purezza nasce su un altopiano incastonato tra Cornas e Saint-Joseph — due tra i nomi più pesanti della Syrah del Rodano settentrionale. Ma quella striscia di terra non appartiene a nessuna delle due denominazioni. Non è Cornas, non è Saint-Joseph. È terra di nessuno, appunto — e finisce etichettato con la sigla più anonima che esiste in Francia: AOP Côtes du Rhône.
No Wine’s Land Rouge, millesime 2024, 100% Syrah, nasce da un suolo argillo-calcareo tra Cornas e Saint-Joseph: metà delle vigne ha 50 anni (dal lato Cornas), metà 40 (dal lato Arlettes). Vendemmia manuale, diraspatura totale, fermentazione spontanea con lieviti indigeni, estrazione molto delicata. Affinamento di 11 mesi in uovo di cemento.
Nel calice è elegante — la speziatura è più un sentore di paprika che il classico pepe nero spinto della Syrah del nord. E tra naso e bocca c’è una corrispondenza rara, di quelle che convincono subito: quello che senti annusandolo, lo ritrovi identico in bocca, senza stonature. Già godibilissimo in gioventù — non un vino che ti chiede di aspettare.
Chi conosce Matthieu Barret lo conosce per il granito. È la materia dei suoi Cornas — quelli storici: Billes Noires, Gore, Ogre, Géniale Patronne. Ognuno racconta un grado diverso di disgregazione della roccia, un’esposizione, un’età delle vigne.
Barret ha radici di famiglia da generazioni nel Rodano, venti ettari sulle colline vicino a Cornas — paese a cui torna dopo gli studi in Borgogna, per fondare il Domaine du Coulet come lo conosciamo oggi. Biologico dal 2000, biodinamico dal 2002.
Nel 2009 apre un secondo fronte: Petit Ours, la linea di négoce che affianca i Cornas storici del Domaine. Voleva uscire dallo stile più classico della zona — non solo nel vino, anche nell’immagine. L’orsetto che dà il nome alla linea è anche il protagonista delle sue etichette decisamente instagrammabili.
L'ovetto di cemento è una tecnica diffusa tra i produttori che hanno abbandonato il legno: la forma ovale, senza spigoli, crea un movimento costante e naturale del vino sulle fecce fini (una specie di batonnage automatico), mentre il cemento — poroso come il legno ma senza cederne gli aromi — permette comunque una piccola percentuale di scambio con l'ossigeno. Il risultato: la rotondità e la complessità che di solito si associano alla barrique, ma con il frutto lasciato pulito.
Barret ci è arrivato dal 2017, quando ha bandito la barrique dalla cantina — la considera un contenitore che "asciuga il vino e ne cuoce gli aromi." Da allora lavora solo in vasche ovoidali di cemento e terracotta, vasche a forma di diamante, e grandi damigiane di vetro costruite su misura, delle stesse dimensioni di una barrique, dove alcuni vini iniziano il loro rapporto con il vetro prima ancora di finire in bottiglia.






