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Marche • Verdicchio — Gli Eremi 2022, La Distesa
L’altro giorno ho aperto la terza bottiglia con un misto di dubbi e paranoie che definire “aspettative” è quasi generoso.
Perché quella bottiglia di verdicchio lì, Gli Eremi de La Distesa, annata 2022, con me ha già un precedente. Anzi, due.
La prima l’ho aperta l’estate scorsa, a cena, con gente che il naturale lo beve tutti i giorni e gente che il naturale lo conosce solo per lamentarsene. Disastro unanime. Bottiglia scomposta, volatile fuori scala, uno di quei vini che sembrano un puzzle rovesciato per terra — e non sai nemmeno se hai tutti i pezzi, ad ogni modo nessuno era al suo posto. Chi non beveva naturale non ha avuto pietà: imbevibile, e l’ha detto chiaro.
La seconda, aperta ad una cieca ai primi di aprile, quasi per sbaglio — era il mio piano B — si è rivelata una sorpresa. Equilibrata, piena, buona. Molto diversa dalla prima.
E allora la terza, quella dell’altro giorno, l’ho aperta con il batticuore di chi sta per scoprire chi ha ragione tra le prime due. Un anno esatto dopo il disastro. Stessa cantina, stessa annata, stessa piccola produzione di 4.500 bottiglie.
Lo sapevo che dovevo aspettare, mi avevano detto che il Verdicchio ha bisogno di tempo per esprimersi, che bisogna aspettare. Ma non ci sono riuscita, ho fatto la cavolata, e adesso me ne pento e vorrei averne presa una cassa.
Gli Eremi nasce a Cupramontana, contrada San Michele, da una vigna di appena mezzo ettaro impiantata nel 1980, esposta a pieno sud. La cantina è La Distesa, e il nome dietro la cantina è Corrado Dottori — se non lo conoscete, andatelo a cercare, perché racchiuderlo in poche righe è impossibile: è tra le figure di spicco del panorama enologico italiano artigianale.
Il vino è Verdicchio in purezza, Marche Bianco IGT. Fermentazione spontanea, affinamento in botti grandi di rovere sulle fecce fini per circa un anno, 13,5%.
Salvia, menta, erbe aromatiche in apertura, poi la frutta — prima bianca, poi gialla — e infine la nocciola. Un naso che cambiava calice dopo calice, mai lo stesso di un minuto prima: un viaggio olfattivo vero e proprio. In bocca morbido, pieno, persistente, ma con un’acidità che lo teneva su. Niente, ma proprio niente, a che vedere con la prima bottiglia. Questa terza bottiglia, aperta a circa quattro anni dalla vendemmia, è commovente.
Non so e non ho gli elementi per affermare che sia stato soltanto il tempo a trasformare tutto, perchè tre bottiglie non fanno una statistica. Ma posso dire che nel bicchiere, finalmente, c’era un vino che valeva la pena aspettare.
Se vi ho incuriosito, è appena uscita l’annata 2024, online a un prezzo che si aggira sui 30 euro. Io sto valutando di prenderne una cassa.
Il Verdicchio non è nato marchigiano.
L’analisi del DNA ha dimostrato che è lo stesso identico vitigno del Trebbiano di Soave e del Trebbiano di Lugana — tre nomi, tre denominazioni, tre territori lontanissimi tra loro, per un’unica pianta.
L’ipotesi è che sia arrivato nelle Marche nel Quattrocento, portato da chi scappava dal Veneto per colpa della peste.






