[Bottiglia #022] — Teroldego Foradori: Morei e Sgarzon a confronto
Stesso vitigno, stessa vinificazione, pochi metri di distanza: eppure Morei e Sgarzon parlano con due voci diverse.
Ciao, sono Valeria Piazza, sommelier AIS.
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Trentino, Teroldego Morei 2022 — Foradori
Sabato scorso ho partecipato a un incontro con Elisabetta Foradori, organizzato dai ragazzi di Dives.
Al centro della degustazione c’era il Teroldego, ça va sans dire, con Morei e Sgarzon messi a confronto nelle versioni 2022, 2022 Cilindrica, 2017 e 2017 Cilindrica.
Due vini uguali in tutto, tranne nel punto esatto in cui le viti affondano le radici.
Parliamo di due parcelle da 2,5 ettari ciascuna, vinificate separatamente nel Campo Rotaliano, a pochi metri di distanza.
Morei nasce su suoli alluvionali con prevalenza di ciottoli.
Sgarzon, invece, su suoli alluvionali con prevalenza di sabbia.
Nel bicchiere sembravano due fratelli cresciuti bene, ma con caratteri opposti.
Il Morei è stato subito il fratello maggiore.
Più composto. Più centrato. Più fermo sulle gambe.Lo Sgarzon, invece, aveva qualcosa di più irrequieto.
Più scarti. Più sbalzi. Più nervo messo in faccia.
Tra i vini assaggiati, io ho preferito il Morei 2022.
Perché non è un vino che punta tutto sull’impatto.
Si apre con calma, ma quando lo fa ti prende bene.
Nel calice ha un colore rubino luminoso. Al naso arrivano note di frutta rossa, erbe secche, pepe, e una componente che con l’ossigenazione si fa via via più dinamica.
Anche il sorso, col passare del tempo, cambia passo: è succoso, pieno, armonioso, vivo.
Durante la degustazione si è parlato anche di una componente di grappolo intero e quella tensione nel bicchiere io l’ho sentita. Una spinta più verticale, più viva. Forse è anche per questo che i 2022 mi hanno presa così tanto: perché è un tipo di energia che cerco sempre di più nei vini.
Nel mondo del vino artigianale, Foradori è uno di quei casi in cui produttrice e vitigno finiscono quasi per identificarsi.
Dici Elisabetta Foradori e pensi subito al Teroldego.
E non per caso.
A partire dagli anni Ottanta ha preso in mano la cantina di famiglia e, poco alla volta, ha tolto il superfluo, lasciato da parte le varietà internazionali e si è concentrata sui vitigni del territorio, sul Teroldego prima di tutto. Poi è arrivata la biodinamica. E con quella, ancora di più, l’idea di preservare l’identità.
Tutto questo, nei suoi vini, si sente.
Perché nel calice non c’era solo un Teroldego buono.
C’era una storia lunga quarant’anni di lavoro, di visione e di fedeltà a un vitigno e a una terra.
Prezzo del Morei? Siamo nella fascia dei 30–35 euro e, per quello che mette nel bicchiere, secondo me ha senso.
Le anfore, qui, sono parte del messaggio.
Foradori usa le tinajas, anfore di terracotta in cui Morei e Sgarzon restano a contatto con le bucce per otto mesi.
Nelle versioni Cilindrica, poi, il vino passa ulteriori dodici mesi in un’anfora allungata, senza bucce.
Queste tinajas arrivano da Villarrobledo, in Spagna, luogo storico della tradizione tinajera.La cosa interessante è che non servono a dare qualcosa in più.
Servono, semmai, a togliere.
Tolgono tutto quello che rischierebbe di mettersi in mezzo tra il vino e il luogo da cui arriva.Durante la degustazione Elisabetta Foradori ha parlato dell’anfora come di un contenitore-madre: vivo e accogliente. E in effetti dentro alla creazione di un’anfora ci sono tutti e quattro gli elementi: terra, acqua, fuoco e aria.
TRADOTTO IN PAROLE UMANE
L’anfora amplifica quello che già c’è.
È per questo che nel bicchiere il frutto sembra più nudo, il suolo più leggibile, il carattere più nitido.Ed è anche per questo che il confronto tra Morei e Sgarzon era così chiaro:
l’anfora non uniformava.
Faceva il contrario.
Metteva ancora più a fuoco le differenze.Se ti piace quando traduco in parole umane, perché non condividi? Vale più di mille cuoricini
Con vini così, non riempire troppo il calice.
Versane poco.
Davvero poco.Perché se gli lasci spazio, il vino cambia davanti a te: il naso si apre meglio, il sorso si distende, e capisci molto di più di come si muove.
È una cosa banalissima, ma funziona:
meno vino nel bicchiere, più vino da capire.Questa è la Bottiglia #022. Se vuoi leggere le precedenti, clicca qui.







