[Bottiglia #021] — Quando Francia e Valtellina si incontrano nella Grenache di Marco Ferrari
L’Amitié 2023 di Marco Ferrari è molto più di una Grenache: vecchie vigne francesi, traiettoria personale, identità netta.
Ciao, sono Valeria Piazza, sommelier AIS.
Io assaggio. Tu bevi meglio. Una Bottiglia a settimana.
Vin de France, Grenache, L’Amitié 2023, Marco Ferrari
Non capita spesso di bere un vino e pensare subito: ok, questo è diverso.
Non più buono in senso generico.
Non più strano per forza.
Diverso perché ha una voce sua.
L’Amitié 2023 di Marco Ferrari per me è stato questo.
L’ho bevuto durante l’ultima cieca da Dives, in uno di quei pomeriggi in cui si assaggia tanto, si ragiona, si prendono cantonate — io ne prendo tantissime — e ogni tanto salta fuori un vino che ti resta in testa per giorni.
Questa volta è successo con lui.
Mi ha colpita perché era un Grenache senza i tratti più prevedibili del vitigno.
Niente di seduto, largo o compiaciuto.
C’era invece un vino vivo, scattante, nitido.
Con frutto, sì, ma teso, non pesante.
Con energia, ma senza confusione.
Con quella leggerezza seria che in un rosso è rarissima.
E più lo bevevo, più mi sembrava chiaro che il punto non fosse solo il vitigno.
Il punto era la traiettoria.
Marco Ferrari ha lavorato nel Rodano, in Ardèche, con vignaioli che insegnano che il vino non si costruisce a tavolino. Poi è arrivato in Valtellina, portando tutto questo dentro la sua idea di vino.
L’Amitié nasce da vecchie vigne di 80 anni dell’Ardèche, ma non è un esercizio nostalgico sulla Francia.
È il modo in cui due mondi riescono a stare insieme bene.
Francia e Valtellina.
Ed è forse proprio questo che mi ha detto qualcosa.
Perché non era solo buono — che già basterebbe.
Era uno di quei vini che ti fanno pensare che dietro ci sia una visione vera.
Il nome, poi, è bellissimo: L’Amitié, amicizia.
Marco Ferrari coltiva quasi due ettari di Nebbiolo Chiavennasca tra Inferno e Sassella, sui ripidi terrazzamenti della Valtellina.
Lavora in biologico e interamente a mano, con una vinificazione essenziale: lieviti indigeni, legno usato e minimo intervento.
Questa è una di quelle bottiglie quasi introvabili, e quando trovi qualcosa di così particolare, così centrato, così vivo, pensi una cosa sola: meno male che ero lì.
VIN DE FRANCE NON SIGNIFICA VINO SEMPLICE
Non liquidarlo come “vino senza appellation importante”.
Guardalo come una bottiglia che magari ha scelto la libertà invece della casella giusta.
TRADOTTO IN PAROLE UMANE
A volte è semplicemente il modo in cui un produttore si prende più libertà, invece di stare dentro una denominazione stretta.LA FRASE PER FARE BELLA FIGURA
“Vin de France non vuol dire base: a volte vuol dire libero.”Se ti piace quando traduco in parole umane, perché non condividi? Vale più di mille cuoricini
Se ti innamori di un vino come questo, il trucco non è chiedere una Grenache. Perché tra una bottiglia e un’altra può esserci un mondo.
È chiedere lo stile.
Al ristorante, in enoteca o in mescita, prova così:
“Cerco un rosso succoso, fresco, poco segnato dal legno, con energia più che peso.”
Funziona molto meglio che dire solo il nome del vitigno, perché chi ti serve capisce subito che tipo di vino stai cercando davvero.
E spesso è proprio così che saltano fuori le bottiglie più belle.
Questa è la Bottiglia #021. Se vuoi leggere le precedenti, clicca qui.







