[Bottiglia #016] — Chenin Blanc naturale d’Anjou: quando “Les Aussigouins” ti dà la scossa
Cieca sullo Chenin Blanc da Dives e un vino che è pura energia: Les Aussigouins 2023, Anjou. Note, tecnica e trucco anti-panico.
Ciao, sono Valeria Piazza, sommelier AIS.
Io assaggio. Tu bevi meglio. Una Bottiglia a settimana.
Mai & Kenji Hodgson — Vin de France “Les Aussigouins“ 2023
Sabato sono tornata dai ragazzi di Dives per una cieca a tema Chenin Blanc: ognuno porta una bottiglia da condividere e, insieme al vino, si condividono anche le impressioni.
A bottiglia coperta si ragiona su provenienza, annata, vinificazione, stile. È un’esperienza che è insieme piacere e studio — e infatti, dopo questa degustazione, sullo Chenin Blanc mi sento decisamente più “attrezzata”.
Tra le bottiglie assaggiate, quella che mi ha colpito di più è stata “Les Aussigouins” 2023.
Non perché fosse “la migliore” (non c’è una classifica, e per fortuna), ma perché è quella che mi ha fatto riflettere sul mio rapporto col vino: su come i gusti cambiano, si educano e continuano a spostarsi.
Il vino è uno specchio complesso:
se sei presente, ti rimanda qualcosa di te.
Di certo non la chiamerei “bottiglia perfetta”. Anzi. Appena versata era compatta, chiusa a riccio, e quel filo di “naturale” al naso non solo c’era, ma era pure spinto: volatile, un accenno mousy, un po’ ridotto.
Eppure.
Al di là di quello che ha svelato dopo un po’, l’aspetto che mi ha stregata fin da subito è stato uno solo: questo vino emanava energia pura.
Dopo averlo lasciato respirare qualche minuto, quel torbido liquido giallo si è sbloccato e ha tirato fuori tutta la sua potenza: frutto a polpa gialla maturo, agrumi gialli (cedro, soprattutto), una nota salina netta, e quel timbro un po’ “plasticoso” tipico dello Chenin a fare da sottofondo.
In bocca ha tutto al posto giusto: tensione, succo, scatto. Entra e non si allarga in modo molle: resta dritto, vivo, quasi concentrato — e, cosa non banale, anche dopo qualche bottiglia mi ha rimesso in riga la bocca. Finale lungo e ti fa venire voglia del sorso dopo.
Per me è, senza dubbio, un vino gastronomico: non da aperitivino, ma da tavola, da piatto vero.
È il classico vino che qualche tempo fa avrei archiviato con un “boh”. Stavolta mi ha fatto pensare: forse non devo capire tutto subito. Devo lasciare che il vino si presenti. O magari sono io, oggi, più disposta ad accoglierlo e ascoltarlo?
E qui sta il punto.
Questo Chenin mi ha ricordato che alcuni vini non si spiegano: si attraversano.
Che la complessità non è un mero elenco di aromi, ma una stratificazione di sensazioni che si accendono a turno: prima la chiusura, poi l’apertura, poi la vibrazione salina, poi la bocca che si tende come una corda.
E ho capito che questo vino non mi stava “piacendo” nel modo che conoscevo. E forse il mio gusto sta evolvendo proprio così: meno bisogno di conferme, più disponibilità a seguire. A lasciare spazio. Chissà.
“Les Aussigouins” è ottenuta da Chenin Blanc biologico ed è considerata la grande cuvée della tenuta: vigne in prossimità di Montbenault, su uno dei terroir più noti di Rablay-sur-Layon, quindi Anjou.
Le viti hanno in media 40 anni e affondano le radici in un suolo vulcanico ricco di spilite (quindi basalto): un tipo di terra che spesso si traduce in quella sensazione di vibrazione, più che di semplice “mineralità”.
In vigna: agricoltura biologica (e un approccio a bassissimo intervento), chimica fuori dalla porta. Vendemmia quando le uve arrivano a maturità ottimale, senza Botrytis.
In cantina: pressatura verticale a grappolo intero, fermentazione spontanea, poi 12 mesi sulle fecce fini in barrique usate. E soprattutto: nessuna aggiunta di solfiti.
Chi sono i produttori Mai & Kenji Hodgson
Sono una coppia: lui canadese, lei giapponese. Nel 2009 si trasferiscono in Loira per fare vino naturale, passando da vendemmie e incontri chiave (Mark Angéli in primis). Da lì comprano le prime vigne ad Anjou e costruiscono uno stile fatto di lavoro e sperimentazione: niente è dato per scontato, ogni anno è un passo avanti.
Chenin “in versione holiday”
La patria dello Chenin è la Loira, lo sappiamo tutti. Ma quando lo Chenin va in vacanza prende l’aereo e se ne va in Sudafrica, dove ha la seconda casa.
In Loira gioca di tensione e verticalità: acidità viva, frutto a polpa gialla e agrumi, a volte un soffio di camomilla, e quel lato gessoso-salino — equilibrio chirurgico tra freschezza e morbidezza.
In Sudafrica, più spesso, è più solare e generoso: frutto più maturo, texture più ampia, quasi “cremosa” anche quando è secco. E se passa in legno può virare su miele, frutta secca e spezie, senza perdere la spina acida che lo rende riconoscibile.
Insomma: Loira = precisione e tensione, Sudafrica = polpa ed energia.
E a seconda del piatto, cambia tutto. Tranne per chi ha bisogno della Francia per sentirsi al sicuro.
Se uno Chenin “naturale” parte storto (volatile/ridotto): non agitarti. Niente attacchi di eno-parkinson.
Versa poco, aspetta 3 minuti, poi riversa nello stesso calice. Nel 70% dei casi si rimette in riga da solo.
Nel restante 30% fatti questa domanda:
“Cosa sta dicendo davvero, al netto di quello che volevo?”







